Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé
come le pagine di un libro imparato a memoria e
di cui gli amici possono solo leggere il titolo.
Virginia Woolf
Poiché la rivoluzione è tornare al punto di partenza
la revolutione è l'unica utopia che produce un cambiamento.
Distruggere tutto ciò che ci è dato in scomoda eredità perché la
distruzione è parte essenziale del processo creativo.
L'unica capace di giudicare è la parte in causa, ma essa, come tale, non può giudicare.
Perciò nel mondo non esiste una vera possibilità di giudizio, ma solo il suo riflesso.
Franz Kafka
I rasoi fanno male,
i fiumi sono freddi,
l'acido lascia tracce,
le droghe danno i crampi,
le pistole sono illegali,
i cappi cedono,
il gas è nauseabondo…..
Tanto vale vivere
Ulisse
di James Joyce
Mondadori
in lettura
Pagine: 1040
DESPERIA - IL MAESTRO
di Nicola Pasa
narrativa
Respirare nel lezzo di Rue Cazière, il fango sollevato dalle carrozze che imbratta le mura degli oscuri negozi, sgomitare tra ceffi di ogni risma, signori dalla visiera ben calzata, ottuse signore dai modi scortesi nascoste dietro le maschere di protezione, uomini neri sotto le bombette metalliche ad ogni angolo di quel lurido buco. Lukas, il giovane depresso epallido, detestava scendere in strada ma gli offici paterni ai quali prestava la sua opera non erano nulla rispetto alla mole dei doveri cui il padre era devoto, lungimirante e stimato, usuraio e notaio di professione, ufficiale della corte regia presso il ministero del gran consiglio bancario, e il suo attardarsi in piccole quisquilie sull’opportunità o meno di scendere in strada trascurando così i suoi studi era cosa risibile e oggetto di scarse discussioni in casa presso la signora moglie del padre.
La strada brulicava di umanità malsana, Lukas camminava inquieto stretto nel suo cappotto liso, nascosto sotto il cappuccio, la casa del maestro era poco distante ma sul tragitto egli non avrebbe potuto fare a meno di passare davanti alla bettola di messere Frankfurter, un vecchio arrugginito debitore del padre a cui di solito non sfuggiva l’occasione di prendere per il bavero del cappotto lui, il legittimo figlio di Sir Nottamburg e strattonarlo un poco facendogli intendere un po’ del suo alito malato e del suo disprezzo verso la sua familia, parole appena sussurrate, profumate e inzaccherate di odio ‘morte, lo voglio vedere morto, impiccato a quel trave’, dicendogli così lo faceva voltare a forza e sempre spingendogli giù nel gargarozzo il puzzo infame del suo tumore maligno gli indicava il trave che sosteneva la malconcia per nulla promettente insegna del suo pub.
Si calcò il cappuccio sulla testa lasciando appena uno spiraglio per gli occhi e chinò la testa al fango della strada ignorando gomitate e imprecazioni che si levavano dalle genti. La pioggia ferrosa screziava l’aria polverosa, lucidava stivali perché fossero ben imbrattati dal fango acido. Passò indenne la locanda di messere Frankfurter, gli sembrò deserta, nessuna luce appesa alla bisogna al di là dei vetri spessi e unti, una vecchia mendicante senza un occhio lo fermò di fronte alla porta del maestro, gli si fece vicino con l’occhio buono mentre con l’occhio morto sembrava guardarlo dentro, dalla sua bocca sdentata si levava come un caprimulgo al sorgere della luna un odore di putrefazione, la vecchia disse qualcosa in un idioma a lui oscuro ma dal suo occhio buono ricavò un senso di disgusto per la vita tale che l’occhio era forse morto per non vedere più il mondo e della donna rimaneva un putrido inservibile maleodorante involucro a cui la questua servisse un comodo alibi per deambulare invano. Si liberò con un maldestro strattone, la mendicante cadde nel fango per poi rialzarsi come un pupazzo a molla e continuare come nulla fosse il suo calvario. Lukas si scrollò dal bavero la polvere maleodorante di quella vecchia beghina ed entrò nell’androne della casa del maestro. La vecchia proseguì malconcia la sua strada imprecando sottovoce.
Le scale della casa del maestro erano immerse nel buio, al pian terreno solo una porta sconnessa uscita dai cardini e appoggiata come a coprire un anfratto, la tana di Bulgakov, il poeta sordo, la vecchia palandrana della mancata rivoluzione del 17 Luglio di circa vent’anni fa, e ancora il vecchio grasso poeta si gloriava della luce passata, di quell’attimo di splendore quando tutta la corrotta nazione ascoltò in servile attesa e silenzio i suoi ormai dimenticati versi.
Ovvero come scrivere qualcosa che non vuol dire nulla ma scriverla bene
Mio padre era solito cominciare la conversazione riprendendola dalla fine di un pensiero che egli era andato costruendo dentro di sé e si era modulato in un vivace e asfittico dibattito nella sua mente vizza e antiquata.
Non c’è di che pensare… diceva a volte o ho quest’idea così perché è così e così… oppure per questi motivi deduco che non ne caviamo un ragno dal buco…
La nostra casa non era nient’altro che un interstizio tra due palazzi governativi. Uno era il palazzo dove una volta aveva sede il ministero per cui aveva lavorato mio padre e dove aveva conosciuto mia madre. Era come se una scatola fosse precipitata tra i due alti muri scuri e lisci e levigati e neri come ebano.
Stavamo su tre piani, uno sulla testa dell’altro. Tre scatolette una sopra l’altra.
Mia madre è morta.
Non c’è di che dire della strana e perniciosa tendenza che sviluppò mio padre giusto all’indomani della chiusura delministero e della sopraggiunta, prematura, morte di sua moglie la madre del suo unico figlio che poi sarei io.
Il rito funereo della conversazione si svolgeva sempre alla stessa ora nello stesso giorno nello stesso punto in quell’interstizio originato da una complessa convergenza di spazio e tempo e opportunità.
L’ufficio per cui e in cui lavorava mio padre, i trascorsi anni della sua giovinezza triste era annidato al settimo piano dell’edificio che sovrasta tutt’ora incolume e derelitto, come un vecchio in perenne digressione dalla morte, prossima all’orizzonte, ma attardata in qualche annoso ufficio, la nostra catapecchia impilata nell’interstizio spaziotemporale tra i due edifici governativi.
a tarda sera cominciai a riflettere sull’importanza del tempo, diceva mio padre rincasando frettolosamente, ansioso di riprendere la conversazione laddove il giorno prima, come il giorno dopo, era stata sospesa
volo di una mosca a mezz’aria intrappolata in una bolla d’aria inazzurrata di cenere, cerchi di bottiglia nell’aere immoto, luce diffusa da piccoli fori esagonali al di sopra della finestra oscurata, vetri opachi di noia e polvere, resti di insetti morti sul davanzale, rumore di pioggia al di là del vetro, la sera incupiva lenta
non che non ci avessi mai riflettuto prima, ma alla nostra età la riflessione acquista un senso più proprio al termine, riflessione leggo dal vocabolario bla bla è un oggetto deviato dalla sua traiettoria originaria da una superficie di qualsivoglia natura
sbadiglio retroattivamente (mentre) sorseggio un liquore a base di zucchero e mele, la sporca luce della sera illumina un polpaccio nudo, calzino a mezz’asta, il livore ha un sapore incerto
superficie è l’esperienza dura sedimentata su cui il pensiero cozza e devia assumendo contorni e forme nuove e inaspettate,
narrativa
Io non sono mai riuscita a vederla. Ne percepisco però il peso sulle spalle e sul cuore. Immagino un paio d’ali angeliche color del piombo. Fuligginose e vellutate. E immagino un sorriso dolente e splendido, il sorriso della morte. Venne a trovarmi forse da ragazzino. Mi sembrò che una nuvola coprisse d’un tratto il sole. I rumori attorno tacquero d’improvviso come in un bosco quando crepita un fucile e la vita che un attimo prima risuonava sulle alte fronde e tra i cespugli bassi carichi di frutti e di rugiada muore e dilegua nascondendosi nel buio e nell’ombra, i cuori impauriti e in attesa. Il sole oscurato. Un’ombra che si allungava su di me. Una pressione leggera sul cuore. Rapido scende il buio e lo sgomento. Rapido scompare all’orizzonte.
Era la nera signora e io non lo sapevo, non lo potevo ancora sapere. E non potevo immaginare che la nera signora mi avrebbe seguito ovunque andassi, fedele come lo sciacallo alla sua moribonda morente preda. Spesso mi sono sentito così, una bestia malconcia che anela ancora alla vita e che si volta impaurita e smarrita e vede quell’odiosa sagoma ghignante che paziente attende la tua morte.
Questa è la sintomatologia classica della depressione maggiore:
1 Profonda depressione del tono dell’umore.
2 Marcata riduzione o scomparsa dell’interesse e del piacere in tutte le attività
3 Marcato rallentamento psichico e motorio.
4 Mancanza di energia, affaticabilità.
5 Sentimenti di inadeguatezza, di inutilità, di disperazione.
6 Mancanza di appetito e perdita di peso.
7 Disturbi del sonno.
8 Difficoltà a concentrarsi e a ricordare.
9 Pensieri di morte.
Tra questi sintomi i più ricorrenti nella mia lunga, spesso inconsapevole frequentazione della nera signora, sono l’1, il 2, il 5, il 6, il 7 e il 9.
Profonda depressione del tono dell’umore.
Inconsolabile. Questa è la parola che affiora alla mia mente. Ci sono state alcuni giorni nella mia vita in cui il peso sul cuore era evidente. Un senso di oppressione e di grigiore che ricopre il mondo di una patina disperata e noiosa. La melanconia rivestiva il mio volto, rendeva la mia pelle smorta, lo sguardo opaco e spento. Il sole non scaldava più, morenti raggi sfioravano la mia pelle e cadevano a terra obliqui.
La luce del giorno appare livida. L’angoscia del vivere è trasparente. Complicato far finta di niente e vivere, continuare a fare le cose come se niente fosse. Le persone non comprendono, è difficile per non dire impossibile comprendere il dolore altrui, il dolore è in-condivisibile, si può immaginare ma non lo si condivide mai. L’unica soluzione è aspettare che passi e costringersi a pensare che passerà, che le nubi che ora oscurano il cielo sono transitorie come tutto è transitorio e mutevole nella nostra vita. Solo nella nostra corteccia possiamo trovare il nutrimento e la forza per superare il momento, attendere pazienti che il dolore passi che la nera signora si stufi di stare appollaiata sulle nostre spalle e sconfitta se ne vada per un po’. Farsi aiutare è importante e decisivo, mai vergognarsi della propria sofferenza, è l’unica vita che abbiamo, memorizzare questo concetto.
Marcata riduzione o scomparsa dell’interesse e del piacere in tutte le attività.
Sconforto assoluto e mortifero. E’ il sintomo più pericoloso della depressione, il sintomo che connettendosi al primo e al nono genera pensieri suicidi. Immaginate che vi piaccia molto una cosa, anzi che questa cosa non solo vi piaccia ma sia la vostra vita, una cosa che in qualche modo vi abbia sempre consolato e riparato nelle tempeste fredde e solitarie della vostra esistenza. E ora immaginate che di punto in bianco questa cosa che vi ha salvati e che vi ha strappati all’amarezza quotidiana non vi dia più alcuna gioia che sia per voi indifferente che non abbia più improvvisamente alcun potere su di voi. Ah lo so che è inimmaginabile ma è quello che purtroppo può accadere. Ed è accaduto a me. Se c’è una cosa che mi ha distrutto e fatto desiderare la morte è propria questa improvvisa perdita del gusto della vita e dei pochi piaceri che riuscivo a strappare. Tra questi piaceri ci sono sempre stati i libri, in essi ho sempre trovato conforto e rifugio. Ricordo quel giorno orribile in cui aprendo un libro meraviglioso lo richiusi subito impaurito e tremante. Avevo letto poche frasi, non mi ero spinto fino alla fine della pagina. Le parole lette non mi avevano trasmesso nulla, il mondo che esse evocavano era distante e freddo. Un gelo piombò nel mio mondo, nel mio piccolo mondo. Mi sentivo una marionetta spenta, inservibile. Mi sedetti su una poltrona e stetti immobile senza pensieri come un vegetale. Guardavo i miei genitori come da dietro un vetro. Sentivo le loro parole ma non sentivo i suoni delle parole e il calore che in genere è connesso. Era spaventoso e terribile, come se il cuore avesse smesso di battere come se un buio gelido fosse sceso su di me e impedisse alla luce e al mondo esterno di penetrare la mia anima. Perduto, sconfitto, niente più mi legava alla vita, la morte era l’unica scelta possibile per uscire dall’incubo.
Trascorrevo le giornate seduto, nulla era per me interessante, facevo le cose in modo meccanico, mangiavo poco senza sentire alcun gusto, le pietanze avevano tutte lo stesso sapore, un sapore che non mi dava alcun piacere. Qualsiasi cosa facessi non mi trasmetteva nulla, ero come un robot, mettevo la stessa dedizione in tutto ma non ricevevo nulla, come una fredda robotica macchina, non ero più un uomo.
Sentimenti di inadeguatezza, di inutilità, di disperazione.
Carabattola senza costrutto o genio. Peso inerme e inutile della società e sulla famiglia, una famiglia che appassisce sfiorisce come un fiore senza luce e acqua. Sentirsi così può capitare a chiunque nella vita, in certi casi dovrebbe persino essere auspicabile che si avverta questa cosa che se ne prenda coscienza, per certi individui dovrebbe essere un atto di contrizione quotidiana. Ma non è per nulla normale che una cosa accada a me che più di tutti ho ricevuto in dono un’intelligenza superiore e capacità creative non comuni e di tali qualità ho preso presto coscienza come dell’amarezza che mi avrebbero regalato consegnandomi a un mondo che di capacità e creatività non sa che farsene essendo quasi del tutto basato su altri principi e meccaniche. L’inadeguatezza è quando ti senti una di quelle calzature venute male, di quelle che alla misura inferiore stai troppo largo in punta e stretto in cima e di quelle che alla misura superiore stai troppo stretto in punta e largo in cima, una ciabatta inservibile buona per essere usata per fornire materiale di supporto a calzature migliori. Il miglior utilizzo è fornire autostima a persone mediocri e volgari che mai nella loro vita avranno modo di primeggiare se non nell’esecrabilità o nell’inettitudine.
La disperazione, è una operazione smembrata dal suffisso di-. Sperazione è quando la speranza ovvero l’auspicio che la merda che ti avvolge alle caviglie possa andarsene e sparire nel buco del cesso del mondo appena tiri il lurido sciacquone, di- è una specie di animaletto sozzo e puzzolente dotato di alette ragnatelose che al momento opportuno strappa dalle tue mani la lurida cordicella argentata e fatta a grani come i rosari e la consegna al dio del buco del cesso del mondo che ti guarda da sopra il water e frigna e ghigna mentre la merda sale lenta e inesorabile alle tue ginocchia fin su alle anche e al petto finché il tuo respiro non esce più respinto e riempito dalla merda divina che ti scende nei polmoni e tutto ti sembra di merda e puzzolente e le finestre da cui guardi il mondo sono appannate e sporche e quello che vedi è brutto e squallido anche se fosse il più bel posto del mondo.
L’inutilità di un uomo è tutta da dimostrare, come d’altronde è tutta dimostrare l’utilità. Se ragioniamo come ecosistema è utile qualsiasi organismo mono o multicellulare. L’inutilità è sempre meglio della dannosità. Esistono cioè persone o individui (cioè gente non approdata a quel livello di civiltà sufficiente a definirli come persone) la cui utilità è spesso dubbia ma la cui dannosità è certificata e dimostrabile. L’inutilità può essere un peso eccessivo per la persona. Per sconfiggere queste idee occorre darsi da fare e mettere le proprie qualità e talenti in moto. Se non si dispone di qualità occorre lavorare con le mani. L’ozio è in questi casi il migliore alleato della depressione, spronare un depresso che sente questi sentimenti a lavorare a rendersi utile è fondamentale, memorizzare i concetti: rendersi utili, scuotersi la pigrizia e il torpore, lavarsi spesso, alzarsi presto la mattina e andare a lavorare oppure lavorare in casa oppure cercare lavoro fuori casa. Io mi sono messo in testa di diventare un web designer professionista e lo sono diventato nei periodi più neri della mia vita, i periodi in cui i sentimenti di inutilità e inadeguatezza e la disperazione erano al massimo livello. Ho studiato.
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Il corridoio e l’ignoto. Se cerco nella mia memoria visiva una delle prime immagini che hanno segnato la retina e la memoria retinosa ad essa collegata mi torna alla mente Danny sul suo triciclo mentre percorre a tutta velocità i corridoi deserti dell’Overlook Hotel in Shining di Stanley Kubrick. Se devo dare una qualche giustificazione intellettuale a questo frammento di memoria tornato dal passato penso alle paure che si provano nell’attraversare qualcosa, un corridoio è insieme un percorso verso qualcosa e una promessa di possibili insidie o di piaceri, le porte che si aprono sul corridoio sono possibilità, e le possibilità possono avere segno positivo o negativo, l’insidia nel corridoio è insita anche nella natura stessa della struttura, dove conduce il corridoio? questa è la domanda che inquieta le menti più assennate e tormentate. Il corridoio è assimilabile ad un tunnel se non fosse per le porte che si aprono o chiudono su di esso. Il corridoio è una struttura aperta in cui l’inizio e la fine possono essere coincidenti, un cerchio al cui interno ed esterno vive e pulsa un mondo ignoto e pauroso.
Il gesto e la ripetizione. Charles Foster Kane è il protagonista di Citizan Kane (Quarto Potere) di Orson Welles. L’immagine più indelebile è verso la fine. Kane si aggira per il suo sterminato, barocco, palazzo, struttura cumulativa per eccellenza, tutto ciò che ha toccato la vita di Kane trova qui accoglienza. I lunghi corridoi sono disseminati di statue e specchi. Kane passa tra due specchi che si riflettono all’infinito. La sua immagine viene moltiplicata all’infinito. E’ una metafora del cinema, ma è anche una metafora dell’essere e del suo mistero. Kane è inafferrabile, la sua identità è un enigma indecifrabile, l’immagine moltiplicata dagli specchi contrapposti sancisce la perdita di una possibile unità, Kane è un’immagine frammentata all’infinito, la moltiplicazione di sé, delle sue possibilità, impedisce l’individualizzazione. L’immagine del cinema è insieme gesto e ripetizione. Il gesto è la cosa più singolare che esista ma il cinema la moltiplica e la replica all’infinito. La visione è nella possibilità infinita, la ripetizione costante e precisa, assoluta e dolorosamente identica. Il gesto, il sapore dell’unicità che di solito leghiamo ad esso viene vanificato dall’ossessività della ripetizione.
Lo sguardo in macchina. Alex in Arancia meccanica di Stanley Kubrick. Alex è seduto al Korova milk bar assieme ai suoi drughi. I suoi occhi deliranti sono nei nostri. Ma non è così. Il movimento di macchina, uno zoom con carrello indietro, svela un nuovo senso dell’immagine. Alex guarda altrove, i suoi occhi sono persi in qualche fantasticheria. Lo sguardo in macchina ebbe alle origini una funzione eminentemente esibizionistica, era ridotta a mero gioco, lo scherzo di un regista che non prendeva troppo sul serio il suo lavoro o probabilmente non ne aveva ancora del tutto coscienza, quel tipo di coscienza che invece ebbero i cineasti nei decenni successivi. In seguito lo sguardo in macchina ebbe la funzione di rivelare la finzione cinematografica, era un modo per dire, ti sto raccontando qualcosa, quel che vedi è solo quello che io decido di mostrarti. In alcuni cineasti di scuola marxista era uno dei modi per svelare al pubblico il meccanismo della finzione, distruggere il senso di realismo a cui il cinema condanna la visione, per sua natura, per svelare il processo industriale alla base. Lo sguardo in macchina è parente di quel rivolgersi al pubblico di alcuni attori di commedia, coinvolgere il pubblico nel meccanismo narrativo fino a farne un personaggio vero e proprio. Ma al cinema non funziona, lo schermo è più lontano del palcoscenico, lo schermo è solo un riflesso, la luce che dà vita alle immagini sullo schermo è solo un mezzo, l’esistenza dell’opera è altrove, persa in uno spazio incommensurabile, troppo distante e troppo vicino, è lo spazio dell’immaginazione onirica. Come i sogni il cinema è più reale del reale, difficile distinguerlo dalla verità. Il luogo del cinema è in una dimensione a noi preclusa. Lo sguardo in macchina inquieta e disturba perché ci arriva da un altro mondo, percepiamo qualcosa che ha il sapore di un tentativo di frode, un inganno innocente, un modo per sottolineare la distanza e l’incomunicabilità tra il mondo di quelle immagini e il nostro. Kubrick in questa elaborazione dello sguardo in macchina, nel suo procedere per disinganni, per disillusioni, gioca con i nostri desideri e si fa beffe delle nostre illusioni. No, Alex non guarda noi, i suoi occhi che ci apparivano minacciosamente diretti verso noi sono persi in altro, lo spettatore nel mondo di Kubrick è dimenticato, remoto.
La perdita e l’immagine. Nell’Atalante di Jean Vigo c’è una sequenza famosa che appariva nella sigla di Fuori Orario di Enrico Ghezzi, un programma che ha avuto il merito di formare una nuova generazione di cinefili (sottoscritto compreso). Il giovane traghettatore si tuffa nelle acque torbide della Senna e nuota disperato nell’immagine fluttuante del suo amore perduto. L’immagine dell’amata fluttua nell’acqua come un fantasma. Il giovane annaspa nel tentativo di afferrarla. Poi torna a galla con i polmoni scoppiati. L’immagine dell’amore. Confessate a voi stessi che quando pensate al concetto dell’amore cercate un’immagine che lo condensi e lo renda vivo ai vostri occhi, lasciate gli stupidi palpiti, i battiti cardiaci ai banali poetucoli della domenica, alle casalinghe che cuociono i loro cervelli di fronte o di lato ad un televisore e ai cardiologi. L’immagine quale che sia. L’immagine del vostro amore. Il senso della perdita sta tutto nel suo stato di immagine, fantasma di un’idea che un tempo era sangue e corpo e sesso. Il cinema è la ricerca di dare un senso a qualcosa trovando o costruendo o inventando (trovare nella sua espressione più felice) immagini in movimento, dove il movimento non è il banale succedersi dei fotogrammi ma è anche la metamorfosi di senso che l’immagine subisce nel fluire della visione, senso che muta sotto i nostri occhi per merito dei nostri occhi nonostante i nostri occhi. Il desiderio di fare di quell’immagine un corpo da toccare e amare. Il cinema è il desiderio allo stato puro. O forse è meglio dire la nostalgia del desiderio. La lotta nell’acqua con l’immagine del corpo ormai svanito dell’amata rappresenta questa forma di desiderio che lo spettatore cinematografico vive nella sala buia testimone di un dramma collettivo eppure così intimo. Lo smarrimento del giovane barcaiolo è lo stesso che provo io quando la visione si interrompe, le luci della sala si riaccendono e ricomincia la vita. Leggi tutto...
letterari
La fabula del celebre racconto di Franz Kafka, la Metamorfosi, ridotta molto all’osso potrebbe essere riassunta così:
Un giovane uomo si sveglia mutato in un insetto. Così mutato non può provvedere più alle necessità della famiglia. La famiglia non vedendo più in lui nessuna utilità lo lascia morire.
In primo luogo possiamo notare dalla lettura del testo che Kafka non racconta o trascura di raccontare, quindi omette, le ragioni che hanno portato alla trasformazione del protagonista, Gregor, in un insetto, un grosso coleottero; questo perché non gli interessano, il suo racconto non tratta di mutazioni genetiche, di esperimenti scientifici alla Jeckyll, ha altre ambizioni, benché per certi versi non si discosti di moltissimo dalle ambizioni di Stevenson, autore dello Strano caso del dottor Jeckyll e Mr Hyde, anche Stevenson, infatti, voleva semplicemente raccontare in modo diverso la condizione umana. La diversità nel trattare un tema simile e cioè la condizione umana rivelata attraverso una prodigiosa trasformazione è dovuta al diverso periodo e alla diversa latitudine dei due scrittori, nonché dalla diversa cultura. Kafka era di cultura ebraica e il suo racconto si inscrive nella tradizione favolistica ebraica, narrazione in cui l’ironia è uno dei tratti maggiori.
E’ la dimensione metafisica propria delle favole ma in speciale modo delle favole di matrice ebraica che suggerisce a Kafka di non dilungarsi in inutili e pedanti spiegazioni pseudo fantascientifiche e di limitare al minimo indispensabile la sorpresa che il prodigio incute nel protagonista e nei personaggi che lo attorniano.
Chiunque legga il racconto si accorge di come il protagonista non manifesti una grande sorpresa nel ritrovarsi così trasformato, le sue preoccupazioni infatti virano subito sul versante pratico: come alzarsi dal letto per poter andare a lavorare come se niente fosse.
Se ci aspettassimo da Kafka delle riflessioni sulla natura umana in quelle mutate condizioni rimarremmo delusi, e soprattutto si manifesterebbe in noi un difetto di conoscenza dello scrittore boemo. Qualcuno ha detto che nelle sue storie lo scrittore utilizza la tecnica dei sogni. Mostra cioè dei fatti straordinari inseriti in contesti quotidiani arrivando così a quella distorsione straniante della realtà che assomiglia spesso agli incubi che a tutti noi capita di vivere nelle nostre notti.
Nella nuova veste, non del tutto consapevole, di insetto, Gregor si pone problemi essenzialmente pratici: come alzarsi dal letto, o come rispondere con voce umana ai richiami della sua famiglia. L’ironia di Kafka si manifesta come una risposta banale alla complessità di un sistema. E’ un tipico procedimento del registro comico, contrapporre grande e piccolo, semplice e difficile, colto e basso, ricco e povero, realtà e sogno. Il contrasto degli opposti genera il comico. E’ comico che di fronte ad un pasticcio così colossale e mostruoso Gregor sia preoccupato dalla possibilità di fare tardi in ufficio. Così come generava ilarità uno dei primi film della storia del cinema, il combattimento tra il gigante e il nano dei fratelli Lumière in cui alla fine il nano aveva la meglio. Leggi tutto...