Metamorfosi

Metamorfosi


di Nicola Pasa



saggi letterari

La fabula del celebre racconto di Franz Kafka, la Metamorfosi, ridotta molto all’osso potrebbe essere riassunta così:

 

Un giovane uomo si sveglia mutato in un insetto. Così mutato non può provvedere più alle necessità della famiglia. La famiglia non vedendo più in lui nessuna utilità lo lascia morire.

 

In primo luogo possiamo notare dalla lettura del testo che Kafka non racconta o trascura di raccontare, quindi omette, le ragioni che hanno portato alla trasformazione del protagonista, Gregor, in un insetto, un grosso coleottero; questo perché non gli interessano, il suo racconto non tratta di mutazioni genetiche, di esperimenti scientifici alla Jeckyll, ha altre ambizioni, benché per certi versi non si discosti di moltissimo dalle ambizioni di Stevenson, autore dello Strano caso del dottor Jeckyll e Mr Hyde, anche Stevenson, infatti, voleva semplicemente raccontare in modo diverso la condizione umana. La diversità nel trattare un tema simile e cioè la condizione umana rivelata attraverso una prodigiosa trasformazione è dovuta al diverso periodo e alla diversa latitudine dei due scrittori, nonché dalla diversa cultura. Kafka era di cultura ebraica e il suo racconto si inscrive nella tradizione favolistica ebraica, narrazione in cui l’ironia è uno dei tratti maggiori.

E’ la dimensione metafisica propria delle favole ma in speciale modo delle favole di matrice ebraica che suggerisce a Kafka di non dilungarsi in inutili e pedanti spiegazioni pseudo fantascientifiche e di limitare al minimo indispensabile la sorpresa che il prodigio incute nel protagonista e nei personaggi che lo attorniano.

Chiunque legga il racconto si accorge di come il protagonista non manifesti una grande sorpresa nel ritrovarsi così trasformato, le sue preoccupazioni infatti virano subito sul versante pratico: come alzarsi dal letto per poter andare a lavorare come se niente fosse.

Se ci aspettassimo da Kafka delle riflessioni sulla natura umana in quelle mutate condizioni rimarremmo delusi, e soprattutto si manifesterebbe in noi un difetto di conoscenza dello scrittore boemo. Qualcuno ha detto che nelle sue storie lo scrittore utilizza la tecnica dei sogni. Mostra cioè dei fatti straordinari inseriti in contesti quotidiani arrivando così a quella distorsione straniante della realtà che assomiglia spesso agli incubi che a tutti noi capita di vivere nelle nostre notti.

Nella nuova veste, non del tutto consapevole, di insetto, Gregor si pone problemi essenzialmente pratici: come alzarsi dal letto, o come rispondere con voce umana ai richiami della sua famiglia. L’ironia di Kafka si manifesta come una risposta banale alla complessità di un sistema. E’ un tipico procedimento del registro comico, contrapporre grande e piccolo, semplice e difficile, colto e basso, ricco e povero, realtà e sogno. Il contrasto degli opposti genera il comico. E’ comico che di fronte ad un pasticcio così colossale e mostruoso Gregor sia preoccupato dalla possibilità di fare tardi in ufficio. Così come generava ilarità uno dei primi film della storia del cinema, il combattimento tra il gigante e il nano dei fratelli Lumière in cui alla fine il nano aveva la meglio.

L’irruzione dell’elemento fantastico in Kafka ha il ruolo della rivelazione della reale condizione umana e l’ironia è il tratto stilistico che permette la coesistenza tra il metafisico e il reale, producendo quell’effetto di straniamento che si avverte spesso quando si legge qualcosa dello scrittore praghese. Lo stile favolistico e l’ironia sono strumenti per Kafka in grado al contempo di rivelare la vera condizione umana e renderla universale. Il fantastico in un contesto quotidiano e razionale dominato dall’interesse e da legami di dipendenza economica genera per paradosso il disvelamento di questi legami e di questo interesse mascherati nella quotidianità borghese, sottaciuti o occultati da sovrastrutture (direbbe Marx) culturali e religiose, o semplicemente nascosti, velati da una patina di rispettabilità e di stereotipato anestetizzato affetto.

Così i famigliari di Gregor vedono nella metamorfosi fantastica del loro parente-nutrice la rottura dell’ordine quotidiano in cui vivevano e sopravvivevano. Infatti Gregor trasformato in coleottero non è più in grado di lavorare (sua prima preoccupazione appena constatata la sua trasformazione) e di mantenere i suoi genitori e la sorella che vivono alle sue spalle, proprio questo rivela a loro stessi e a noi che l’ordine in cui vivono è meschino e violento.  La violenza e la cattiveria che ci appare gratuita è il riflesso del senso di colpa che opprime i personaggi, senso di colpa che in Gregor, personaggio buono, genera pietà e amore, ma che in loro, personaggi malvagi, genera rifiuto e violenza. Per questo i famigliari di Gregor relegano lui nel ruolo del carnefice, attribuendo alla sua volontà l’assurdo scherzo del destino di cui egli stesso è vittima.

Nelle favole spesso compaiono animali antropomorfi o uomini “animalizzati”, nessuna sorpresa se il lupo dei fratelli Grimm parla con Cappuccetto rosso, o il gatto indossa degli stivali nell’opera di Perrault. L’animale è sempre stato un elemento della favola per il suo prestarsi a divenire un simbolo, un’allegoria, un po’ come le figure umane che celebrano il passare del tempo, il bambino l’uomo e il vecchio, nel quadro del Giorgione Le tre età dell’uomo. Metamorfosi, sempre metamorfosi, come se la metafora dell’esistenza umana e del cosmo intero fosse contenuta segretamente in questo strano eppure naturale prodigio. Nel racconto di Kafka i protagonisti sono insetti, uomini che diventano insetti e uomini che sono metafora di insetti.

Se Gregor diventa un coleottero non perde per questo la sua umanità, sono i suoi famigliari che pur restando umani svelano la loro natura di insetti. Essi sono dei parassiti di Gregor, vivono alle sue spalle, la trasformazione di Gregor in un inutile insetto rende evidente la natura del loro legame con il giovane. Nel finale il senso di sollievo che i tre provano alla morte e il loro essere satolli e sereni ci mostra i parassiti ormai sazi dell’ospite di cui hanno consumato tutte le risorse fino ad ucciderlo, inutile carcassa.

 

La metamorfosi in Stevenson e Wilde ha una funzione simile, rivelare le contraddizioni in seno alla società del tempo, siamo in epoca vittoriana. Se in Stevenson il processo avviene inconsciamente dalle reali intenzioni dell’autore, in Wilde l’intenzione è palese.

 

La trasformazione dello scienziato apparentemente irreprensibile e moralista nel sensuale e dionisiaco Hyde svela in modo tutt’altro che ambiguo che sotto le ceneri di una società moralista e perbene che condanna pubblicamente il vizio, il sesso, il peccato in genere cova una brace ardente di ipocriti peccatori, viziosi e tossicodipendenti.

Il racconto di Stevenson non appartiene alla tradizione ebraica, ovviamente, ma non appartiene nemmeno alla tradizione favolistica europea recuperata nella prima metà dell’ottocento dal romanticismo. Stevenson scrive in piena epoca positivista, un’epoca in cui la scienza e la tecnologia sembrano illudere intellettuali e artisti che tutto è possibile, che ogni prodigio presto sarà alla portata di tutti, è un’epoca di ottimismo, di fede nel progresso, la scienza educherà l’uomo, lo strapperà alla sua natura semi animale e ne farà finalmente un essere superiore, dominatore dei cieli e dei mari. Sono ancora lontani i viaggi spaziali, ma da lì a poco nascerà il cinema e alcuni scrittori e cineasti prefigurano nella loro immaginazione viaggi interplanetari.

Lo scienziato Jeckyll è un personaggio che interpreta questo spirito alla perfezione e ovviamente fallisce. Con la preveggenza dei grandi artisti Stevenson comprende che questa febbre ottimistica nel progresso scientifico non produrrà alcun risultato sul piano umanistico, l’uomo rimarrà quella bestia che è sempre stato. Il siero del dottor Jeckyll lo dimostra. Ma la trasformazione di Jeckyll in Hyde o dovremmo dire la riduzione dell’uomo Jeckyll al suo concentrato bestiale Hyde (notare che Hyde è più piccolo di Jeckyll, come se a Hyde mancasse qualcosa per essere Jeckyll), concentrato che in Jeckyll pre-esiste alla mutazione, non è solo una satira sul progresso scientifico ma è anche o dovremmo dire soprattutto una satira sulla moralità della società vittoriana.

Nel racconto di Stevenson in realtà non assistiamo ad una mutazione vera e propria ma ad un processo di rivelamento, il siero di Jeckyll ha il potere di cancellare la componente moralista e perbene, o dovremmo dire civile, dall’uomo, quella componente che gli permette di mascherare la sua natura bestiale o corrotta (secondo i parametri della società vittoriana, si badi bene).

Jeckyll quando si riduce a Hyde si lascia andare ad eccessi di ogni tipo, è violento quando vuole essere violento, frequenta i bordelli e le fumerie d’oppio del famigerato quartiere di Soho, un sobborgo di Londra che all’epoca era ricettacolo di ogni vizio, meta di artisti, politici, scrittori, quartiere che troveremo protagonista anche nel romanzo di Wilde. I piaceri e la violenza a cui si abbandona senza sensi di colpa, e il piacere che ne deriva ricordano gli eccessi dionisiaci tipici delle feste di carnevale dove domina la violenza e il rovesciamento dei ruoli (la violenza è un tratto tipico delle feste di carnevale in tutto il mondo). Dioniso era il dio della frenesia, dell’abbandono ai sensi, alla sfrenatezza, all’arte nella sua componente più delirante (si veda il saggio di Nietzsche, La nascita della tragedia, o il trattato sul teatro di Artaud, Il teatro e il suo doppio, per ulteriori stimolazioni neurosensoriali). Nella società vittoriana bisognava porre un freno agli istinti, alla natura delirante e irrazionale dell’uomo (Hyde, hide=nascosto), occultarla sotto strati di apparenza perbenista e bigotta. Nelle tenebre la rispettabile società londinese rivelava la sua componente dionisiaca nascondendola e disprezzandola pubblicamente nelle ore illuminate dal sole e dalla grazia di Dio.

 

 

In Wilde è il ritratto a mutare, la metafora è palese anche qui, la metamorfosi è lo specchio segreto attraverso cui il nostro mondo si rivela ai nostri occhi per come è.

Un altro scrittore, un’altra concezione del mondo, altri orizzonti e confini da esplorare per perdersi in essi. Wilde era uno scrittore irlandese (Stevenson era scozzese, Kafka cecoslovacco) visse molto tempo a Londra e a Londra ambientò il suo romanzo più famoso, Il ritratto di Dorian Gray.

Una metafora potentissima che a distanza di tanto tempo affascina moltissimi lettori, specialmente gli adolescenti. [Due anni fa sono stato a Parigi e al Père Lachaise ho visto la tomba di Oscar Wilde, era piena zeppa di graffiti, di scritte, adolescenti di tutto il mondo hanno imbrattato la sua tomba con cuoricini, dediche, frasette, solo la tomba di Jim Morrison era più deturpata]

Dorian Gray è la bellezza, la giovinezza, la purezza, è materia ancora inerte, non conosce il mondo, le sue tentazioni, il mondo lo attira, lo seduce, lui stesso seduce il mondo, l’attrazione reciproca tra il mondo (che poi è quella parte di mondo in cui la persona vive e si aggira, lo spazio sociale i cui confini non hanno limiti precisi e se li hanno sono pronti a saltare quando qualcosa nella successione dei fatti che compongono la cronologia della nostra vita muta e produce un cambiamento di fatto) e Dorian scatena il processo di corruzione del giovane. Una cosa da annotare subito e che ci servirà è che nel romanzo non vengono mai descritti i peccati e i vizi a cui si abbandona Dorian. Sono peccati sessuali ? Sono vizi legati al consumo di sostanze psicotrope ? Sono altri tipi di vizi ? C’è una buona ragione per cui Wilde non precisa i termini della questione. Come c’era una buona ragione per cui Stevenson descriveva alcune (non tutte) aberrazioni di Hyde. La ragione è che Wilde voleva indicare uno stato di corruzione generico e che ciascuno vedesse in quel grumo vizioso che corrompe la natura di Dorian ciò che gli fa orrore. Nella moralista e perbenista società vittoriana molti avranno immaginato peccati di natura sessuale, probabilmente data la fama di Wilde, di tipo omosessuale. Ma chiunque legga può immaginare altre cose, reati finanziari ad esempio, truffe, sadismo, sopraffazione, ciascuno vede ciò che lo spaventa e lo affascina (forse), ciò che lo disgusta e lo soggioga.

Nel romanzo di Wilde la metamorfosi non riguarda il personaggio ma la sua immagine, conservata in un ritratto “maledetto”. Dorian non resta giovane (come molti pensano), la sua bellezza esteriore rimane immutata, la bruttezza delle cose, l’aria malsana e viziata che lo circonda, il mondo nella sua brutalità e corruzione non lo tocca, è l’immagine che reca i segni della putrefazione, il contatto con il mondo corrode la pelle, la invecchia, la deturpa, come una brutta malattia il volto di Dorian viene segnato in modo orribile, ogni vizio, ogni dolore, ogni traccia di malvagità che egli lascia nel mondo viene annotato sul volto ritratto come se fosse una specie di scrupoloso diario. Un diario del male scritto sulla pelle.

La metafora di superficie, quella che Wilde indirizzava alla sua epoca e al mondo in cui viveva e da cui veniva giudicato, è abbastanza semplice da decodificare. Dorian è l’uomo vittoriano, il ritratto celato è la verità del suo cuore. C’è una somiglianza notevole con la metafora di Jeckyll e Hyde ma l’irrompere del discorso artistico di cui il romanzo è pervaso (discorso sulla natura dell’arte e i suoi fini) sfuma i tratti e rende l’interpretazione più complessa.

E’ proprio l’elemento artistico, l’oggetto quadro, che trasforma la metafora di superficie e la rende universale.

La natura umana è naturalmente portata alla perdizione, preservare un’aurea di rispettabilità sociale celando a se stessi e agli altri i propri desideri e le proprie passioni non può portare che alla corruzione e al vizio, è il nascondere la propria natura che corrompe, che rende l’uomo infido, brutto, cattivo, vivere liberamente ciò che affascina e seduce e che ci fa cadere rende l’uomo più fragile e preda di possibili ritorsioni ma lo affranca dalla putrefazione e dalla corruzione intellettuale e morale. L’intossicazione di cui parla Wilde è la civiltà borghese.

 

Abbiamo visto tre metamorfosi, tre potenti metafore attraverso i racconti di tre grandissimi scrittori e abbiamo constatato come in tutti e tre la metamorfosi sia il meccanismo che disvela la nuda realtà della natura umana.

In Kafka la mutazione dell’uomo in insetto rivela i rapporti di dipendenza e di parassitismo alla base di alcuni rapporti sociali, famiglia-azienda.

In Stevenson la trasformazione di Jeckyll in Hyde svela la debolezza della natura umana che per quanto si affanni a inseguire la civiltà grazie alle illusioni scientifiche e tecnologiche rimane irresistibilmente attratta dalla propria parte di natura irrazionale e istintiva, la parte bestiale.

In Wilde infine la metamorfosi dell’immagine interiore ritratta grazie all’arte rende evidente a tutti noi il prezzo che si paga nel celare le proprie debolezze e le proprie inclinazioni per essere rispettabili, amati, o semplicemente tollerati nel mondo in cui ci aggiriamo smarriti.

 

Nicola Pasa, Sabato 8 Agosto 2009

 

 

 

postato il 8 August 2009


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Commenti al testo: Metamorfosi


commento di Dino Grillai inserito in data 2009-08-09


Caro Nicola, il tuo scritto Metamorfosi mi ha sorpreso non tanto per la ricchezza di riferimenti letterari, quanto perché si tratta di richiami tutt'altro che esibiti per sfoggio di erudizione, ma al contrario del tutto coerenti con la tua tesi interpretativa. Una tesi, peraltro, che considero sostanzialmente condivisibile. In ogni caso trovo il testo di notevole interesse. Non so se avrò il tempo - strano per un pensionato, ma è così! - di scrivere qualcosa al riguardo, ma mi piacerebbe farlo. Vedremo. Con affetto Dino Grillai




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