Il cretino acculturato


di Nicola Pasa



saggi letterari

La cultura non è per tutti. I guasti sociali e individuali che può produrre la cultura in menti fragili, scarsamente illuminati dalla fiamma dell’intelligenza sono incalcolabili.
Questo che leggete non è un pamphlet contro la cultura, niente di accostabile alle banali e sterili provocazioni contro il culturame di memoria fascista o populista. Lontano da me il populismo per non parlare dell’odioso fascismo.
La cultura è per una persona intelligente il nutrimento essenziale, lasciate l’intelligenza al riparo dalla cultura ed essa si spegnerà, appassirà in un languore lento e inesorabile, uno strazio, una regressione che porterà la persona a cui era stata data in dono l’intelligenza a ridursi a mero esistere, come un fiore abbandonato, dimenticato in un recesso buio e polveroso.
Ma ad una persona sprovvista di intelligenza, un cretino, insomma, la cultura aggiunge danno a danno, è come se la stupidità e l’ottusità di cui l’uomo è stato provvisto in abbondanza venissero amplificati.
La scuola democratica ha preteso che gli uomini fossero tutti uguali, non distinguendo per merito e intelligenza ha conseguito due ottimi risultati: 

ha permesso la conservazione dello status quo e ha dato ai cretini libero accesso agli alti ranghi.

Prendiamo il figlio di un avvocato o di un medico o di un notaio, mettiamo che la famiglia in cui questo figlio cretino nasce sia composta di medici, avvocati o notai da generazioni, il figlio cretino sarà giocoforza spinto sulla stessa strada e quindi, con fatica, a spese di risorse intellettuali che non possiede, riuscirà prima o poi a diplomarsi e sempre sotto la spinta della potente e riverita famiglia sarà condotto fino alla laurea, alla specializzazione e all’infame esame di stato. Ecco che il cretino grazie al curriculum di studi accederà ad una nobile professione con tutte le nefaste conseguenze del caso. 
Eppure in una scuola seria un insegnante avrà provato a indirizzare il cretino verso una strada meno impegnativa per lui e per la società, l’incauto insegnante avrà incontrato gli stimati genitori e avrà cercato di insinuare loro il dubbio che il loro amato figlioletto non fosse il genio che loro speravano e attendevano per propagare nei secoli il loro splendore, ma tutto sarà stato reso vano da meccaniche scolastiche che premiano la volontà e lo spirito di rango, che non misurano e premiano in alcun modo l’intelligenza, come se essere più intelligenti fosse un peccato mortale, ed ecco così che generazioni di cretini arrivano a diplomi e lauree. Non solo, alcuni di questi cretini assurgono al rango di ministri, di potenti, di manager di grandi aziende e allora si salvi chi può.

Il cretino acculturato lo si riconosce subito. Maneggia una materia che non comprende, di cui gli sfuggono i contorni, le dinamiche interne ed esterne. La differenza tra un cretino e una persona intelligente sta nel distacco con cui l’intelligenza guarda e valuta le cose, una distanza e una freddezza che le permette di non sposare la soluzione semplice, l’intelligenza vede la complessità e non cerca scorciatoie, lavora ai fianchi, studia, senza mai azzardare giudizi finali o risolutivi, l’intelligenza si misura con la complessità, affronta la sfida, riesce a cogliere sfumature, differenze sottili, l’intelligenza sa che un problema va osservato da molti lati prima di coglierlo nella sua essenza, l’intelligenza padroneggia la materia e quando non la padroneggia l’abbandona, perché uno dei tratti dell’intelligenza è l’umiltà.

Il cretino invece proprio per sua costituzione, sapendo in sua coscienza di essere in difetto, occulta, simula, aggira, mette in atto tutte le strategie possibili e immaginabili per non lasciare negli altri il dubbio che effettivamente non sia in grado di afferrare il senso di un problema o di una cosa, il cretino non ammette mai di non avere piena coscienza di una questione, il suo complesso di inferiorità che mostruosamente cresce dentro di lui, nutrito dalle false attese di cui è circondato, dalle interessate lusinghe e attenzioni, lo porta ad abbracciare tesi precostituite, soluzioni semplici ma costruite con parole erudite. Ecco allora che se il cretino affronta una questione internazionale, mancandogli la piena percezione delle cause in gioco, privo del senso della storia e incapace di valutare fatti e uomini in relazione ad altri fatti e uomini, non essendo in grado se non attraverso le parole di altri di argomentare e di districare un intreccio di psicologie collettive e individuali si aggrappa a teoremi, a luoghi comuni, a verità storiche puntualmente smentite. Il cretino trae la sua forza dal fatto che fa massa, i cretini si aggregano e la loro opinione fa leva sui numeri, mentre l’intelligenza è sempre isolata, mal tollerata, incompresa.

Ahimé il cretino acculturato prolifica su internet, sui libri e sui giornali, infatti come scriveva Flaubert il cretino non si dà pace, è sempre in fermento, dibatte su tutto e tutti, è una fucina di opinioni, mentre l’intelligente spesso tace o si agita invano, non essendo colpito da un complesso di inferiorità l’intelligente spesso si ritrae di fronte ad una questione complessa, sospende il giudizio, e questo conforta il cretino che vede nell’abbandono di campo dell’intelligente la sua vittoria e la certezza del suo predominio.

Si ringrazia nella stesura di questo breve pamphlet lo scrittore Flaubert a cui si deve la migliore trattazione dell’argomento, Bouvard e Pécuchet, l’opera letteraria che ha rivelato al mondo il suo avvenire, l’impero del cretino.

postato il 1 June 2010


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